Originario delle foreste tropicali a baldacchino nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, l’okapi è l’ultimo grande erbivoro scoperto dalla scienza nel 1901. A dispetto della sua somiglianza con la zebra, fa parte della famiglia dei Giraffidi con la ben più nota giraffa. Animale, diurno, di indole schiva, si distingue per un manto di colore da bruno rossastro a marrone scuro con zampe impreziosite da strisce bianche, utili per mimetizzarsi nei giochi di luce e di ombra della foresta a baldacchino. Vista, udito e olfatto sono degni di un supereroe, per affrontare i pericoli della foresta. La lingua, di colore blu-violaceo, è lunga fino a 46 cm, flessibile per essere usata come strumento di toelettatura e prensile, per afferrare le oltre 100 specie vegetali tipiche del sottobosco di cui si nutre. L’okapi consuma anche funghi ed essenze vegetali velenose per altri erbivori. I maschi hanno sul capo due corna, dette ossiconi, assenti nelle femmine. Maschi e femmine si incontrano solo per la riproduzione che avviene in qualunque periodo dell’anno. Dopo una gestazione di 15 mesi circa, la femmina partorisce un solo piccolo di circa 30 kg.  Il cucciolo rimane nascosto nel fitto della foresta per diverse settimane. La madre torna ad allattarlo di rado, grazie a un latte molto ricco di nutrienti. Il piccolo rimane nascosto nella foresta per oltre un mese, senza produrre escrementi per rendersi invisibile ai predatori.

L’UICN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) classifica l’okapi come specie in pericolo, a causa di una riduzione della sua popolazione di oltre il 50% in trent’anni. Tra le principali cause l’estrazione mineraria illegale, il bracconaggio, il commercio di carne e pelli, e la perdita di habitat dovuta agli insediamenti umani e all’agricoltura «taglia e brucia».